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Opening 3 Novembre 2011 ore 19:00

SENZA PESO

di Marco Barbon

a cura di Olimpia Orsini

Alea jacta est

L’effimero non ha prezzo. Il duraturo, il persistente sì. Colui che, in questa notte illuminata che chiamiamo giorno, espone l’effimero alla vista, corre il rischio di fondervisi fisicamente, anche a costo di perdersi in esso. Marco Barbon ha corso questo rischio, consacrando il suo lavoro a ciò che può scomparire, che da un momento all’altro può svanire chissà dove.

Con piume d’uccello, con palle e sfere, coglie l’istante in cui gli oggetti si mettono a balzare, a rimbalzare, a disegnare forme aleatorie nello spazio. Le piume volano e volteggiano, le sfere dai colori arcobaleno appaiono come in levitazione. Sono vere e proprie foto-poesie, haiku fotografici in cui le sfere sostituiscono il salto della rana di Basho, suggeriscono e glorificano l’effimero.

Innanzitutto, usando il procedimento polaroid sceglie la via più aleatoria. Rifiutandosi poi di ri-fotografare su carta fotografica o con una macchina fotografica digitale le sue immagini di palline saltellanti, si situa espressamente nel provvisorio. Gli bastano pochi istanti, qualche secondo appena, come se il segreto della vita si dissimulasse nel furtivo: il puro aleatorio del salto nell’inafferrabile. Artista singolare, che sembra voler sottrarsi ad ogni giudizio su un lavoro che in gran parte gli sfugge. Ciò merita riflessione e suscita, ancor più che analisi, meditazione.

Meditando, si finisce per concludere che Marco Barbon non vuole farsi "fissare" da nessuno, così come è impossibile cogliere simultaneamente la posizione di un punto nello spazio e il suo movimento in quello stesso spazio: ciò che in fisica è noto come il principio di indeterminazione di Heisenberg. O più semplicemente, l’incalcolabile.

Si direbbe, così, che il suo lavoro risponde a frequentazioni filosofiche approfondite. Frequentazioni che l’autore delle Cronotopie ha effettivamente intrattenuto, dalla più antica cultura occidentale alla cultura di un Estremo Oriente non meno antico: da Zenone di Elea allo Zen. Dal microcosmo al macrocosmo, dallo zero all’infinito. Un’avventura talmente singolare che è di fatto impossibile prevedere fin dove possa arrivare questo migratore dell'imprevedibile.

Marco Barbon? Un maestro dell'Occasione.

Ma anche qualcos'altro. In questo lavoro, apparentemente così umile e segreto, si avverte infatti una lontana eco del surrealismo, non soltanto di Giorgio de Chirico, ma di Yves Tanguy, delle loro ombre di statue gettate su piazze, di quelle di personaggi immaginari su spiagge prive di orizzonte. Atmosfere surreali che però, a differenza di questi due pittori, si esprimono in spazi ermeticamente chiusi.

Delle vetrine, in un certo senso, che espongono sorprese ed enigmi. Degli interrogativi (oggetti interrogativi), più che delle risposte a domande gravi e presuntuose. Interrogativi misteriosi, più che inquietanti. Niente Muse inquietanti, ma minuscole barricate misteriose, come le poesie di Olivier Larronde. In tutta dolcezza, in perfetta serenità, addirittura rasserenanti, lontane da qualsiasi idea di guerra o di aggressività. Nessuno spirito di violenza rivoluzionaria, nessuna allusione a tragedie di alcun tipo. Oppure: Marco Barbon le mette consapevolmente tra parentesi. Un humour latente, ma nessun humour nero, nessun cinismo. Un sorriso alle labbra, come sul volto di Ermes.

Un universo sospeso che si direbbe privo di gravità. A tratti viene da pensare a degli aquiloni di un'altra specie, a degli aquiloni senza filo.

Ma vi è anche della musica. Musica singolare come quella di Erik Satie: l'autore delle Gymnopédies e delle Gnossiennes, il maestro musicale dell’humour. Come definire uno spirito del genere? Verrebbe voglia di coniare un neologismo: Volatilismo. Nelle sue polaroid, Marco Barbon volatilizza quasi tutto: il tempo (quello che corre da sempre), lo spazio (pubblico), e persino l’enigma, visto che lo trasforma in evidenza manifesta. Rimbaud voleva fissare vertigini. Marco Barbon fissa domande senza risposta.

Alain Jouffroy, gennaio 2010